lunedì 18 gennaio 2010

Ecco, comincia a mancarmi il calduccio dell'estate.

In fervida attesa che arrivi la nuova macchina fotografica, qualche scatto da Barcellona...








martedì 12 gennaio 2010

Cielo di vetro



Certi giorni aveva la sensazione di non poter fare altro, in quella città, che contare i passi tra un albero e l’altro, percorrendo il controviale come sempre, diretto ad una casa dal sapore stantio. Una casa che non lo è del tutto, ma che per lo meno si avvicina all’idea. Sette, otto, nove, dieci, undici. E poi di nuovo: uno, due, tre, quattro e via così. L’aria stanca della sera tra i capelli.

Amare la città è un brutto segno, indice di una relazione difficile fin dal principio. Come con certe donne, o ragazze, preferiva ancora chiamarle ragazze, che riescono ad attirarti come sirene nonostante tutto, nonostante quel no che senti crescere dentro. Non è il caso, non sarebbe, ma che importa. E così lui camminava. A volte a testa bassa seguendo il profilo dei palazzi con la coda dell’occhio, certe altre più spedito. Erano le volte che inforcava le cuffie e qualche musica gli infondeva una sicurezza, tanto ipocrita quanto melodrammatica, di piacere a qualcuno, per forza, come un assioma della vita che tra quel brulicare di persone ce ne fosse una, una speciale, da riassumere anche in un solo sguardo e poi bearsene per i prossimi dieci passi. Per questo contava. Trovava interessante poter suddividere, senza sapere bene cosa. La vita? L’esistenza? L’amore? Procedere lungo il cammino frazionando ogni cosa. Se ne fosse valsa la pena si sarebbe fermato, in una di quelle sere, a guardare in alto, oltre i tetti delle case, immaginandosi di calare da lassù come un velo nero di rancore. Perché amare la città vuol dire rimanerne delusi. Viaggio dopo viaggio, albero dopo albero, e poi sotto terra, dove lo sferragliare dei treni ti assorda, e poi sopra, dove la puzza degli autobus ti infiamma le narici, e poi in mezzo al nulla, in quello spazio tra l’anima e l’uccello, dove una prostituta ti chiede da accendere guardando di sottecchi se val la pena di abbassare la lampo della giacca o tenerla chiusa.

La tenne chiusa. Lui aveva già ripreso la strada.

La verità è che non sempre vedeva tutto così buio, anzi il più delle volte erano i sorrisi ad arrivargli agli occhi, per la strada, sugli autobus, erano i padri soli che delicatamente svegliavano la figlioletta per dirle che era ora di scendere, la madri sbuffanti in attesa di un aiuto per salire quei maledetti gradini con la carrozzella ed il soffio di un grazie tra le labbra quando l’ottenevano. O i ragazzini all’uscita dalle scuole, capaci di mescolare tutti i loro accenti, come le loro puzze adolescenziali, in un enorme melting-pot al retrogusto di big bubble.

Eppure, quella sera dei sorrisi non rimaneva un gran ricordo. Si erano persi senza fare troppo rumore, come assopiti, e lui non se ne curava. In metropolitana aveva assistito ad una scena che gli dava da pensare. Non lo aveva urtato e nemmeno indignato, si chiedeva se dovesse esserlo, però non era quello il punto. Non riusciva a giudicare del bene o del male di quanto aveva visto. Sentiva, come si sente un sassolino nella scarpa, che semplicemente non avrebbe potuto. No, non era quello il punto. Non era una morale che sinceramente si stava scordando di innaffiare, era piuttosto la consapevolezza della solitudine ad avvinghiarlo, a prenderlo letteralmente per le palle.

La cosa che aveva fatto quella donna non la rendeva buona o cattiva; la rendeva sola, dannatamente sola in mezzo ad un mare di altre donne o uomini pronti a fare lo stesso, o simili, in qualche altra dimensione di quella stessa città. Come se non ci fossero due angoli in tutto il creato che condividessero lo stesso piano.

Avevano un qualche futile valore, allora, tutte le motivazioni, i perché, i pregressi sconosciuti che l’avevano portata là, dietro quella colonna, a infilarsi un sacchetto di cellophane, raccattato in fretta dai rifiuti, sotto i pantaloni, dentro le mutandine, fin dentro la vagina, riempito in fretta di dio solo sa quale droga?

Più se lo domandava e più si rendeva conto che non gli interessava sapere se avesse bisogno di soldi, se fosse povera o ricca, se dovesse sfamare una crisi d’astinenza o semplicemente la propria avidità, se avesse a casa un figlio a cui dare da mangiare o un marito dalla mano pesante. A lui non fregava un cazzo di tutto questo. L’unica cosa importante era sentirne la solitudine e rendersi conto che anche lui la condivideva, che non c’era motivo al mondo per cui le parti non potessero essere invertite. Che tutte quelle condizioni su cui si stava interrogando erano come fiocchi di neve caduti da un cielo di vetro, la cui violenta casualità nel cadere era dovuta a null’altro che a quella fottuta solitudine.

Sette, otto, nove… e poi un ultimo passo fino al cancello. Si chiese se avrebbe potuto fare qualcosa, non per quella donna o forse anche. In generale, ma poi infilò la chiave e i pensieri scomparvero. Qualunque cosa facesse non era comunque abbastanza. Quasi mai. Il segreto era continuare a farla e sperare, nel frattempo, che i sorrisi si svegliassero in fretta.





Ettore Zani – Gennaio 2010

sabato 28 novembre 2009

Arrivano


Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio.
Mi affacciai alla finestra. Gridò: “Arrivano”.
Fu come osservare un quadro al museo. Un cielo azzurro da sbatterci la testa e sul fondo qualche puntino nero che, non sai perché, immagini denso di significati.
Come ogni anno. Arrivano. Gridò.
Non ristetti molto al davanzale e presi le scale per correre alla palude con Filippo. Pochi istanti e i tuoni sarebbero esplosi dentro le nostre orecchie. Lunghe fucilate provenienti dalle casupole nascoste sotto le frasche. Filippo ed Io ci mettemmo a gridare con tutta la forza. “Qua qua qua, via di qua anatre! Via di qua stupide.” Attorno, i colpi di fucile come fiori che sbocciassero troppo in fretta, petali rossi che si aprivano nei petti delle anatre lassù nel cielo. E per terra noi due. Dieci anni. Dieci secondi. Ci rincorremmo in tondo aprendo le ali piumate spuntate tra le braccia, attenti a non farci scorgere dai cacciatori appostati più avanti.
Poi gridai: “Se ne vanno”. Filippo fece di sì col capo e mi sorrise.
Prendemmo la via verso la foce del fiume prima che qualcuno potesse vederci. Verso il mare. Si vedeva da lontano il mare, oltre lo specchio dell’acqua che scivolava sotto i nostri piedi. Piedi giganti ed enormi di bambini soddisfatti, persi fra i giunchi e i batuffoli di vegetazione della palude.
Il sole sembrava calare in fretta. Invece rimaneva appeso lì per delle ore.
“Domani stai di guardia tu”, mi disse Filippo.
Io feci di sì col capo.
Non c’era bisogno di aggiungere altro.


Zani Ettore - Aprile 2006

venerdì 20 novembre 2009

Quando credi di dover levare un sassolino dalla scarpa e poi scopri che è un macigno.

da: Republicamilano.it:

Milano, vigili a caccia degli immigrati
il bus-galera imprigiona i clandestini
Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un bus con grate sui vetri: è il “bus-galera” usato per gli ultrà, utilizzato per bloccare i presunti clandestini e poi identificarli. A effettuare le operazioni sono i vigili del nucleo Trasporto pubblico, istituito per garantire la sicurezza su tram e bus, ma che di fatto si è specializzato in questi mesi nella caccia ai clandestini in città




Mio dio... questo non c'entra nulla con la sicurezza, solo con il creare odio, paura e insicurezza nella gente. Dove vanno a finire i diritti civili, dove va a finire il principio di presunzione d'innocenza?
Perché una persona dovrebbe aver paura di prendere i mezzi pubblici solo per il fatto di avere la pelle più scura... e dover controllare ogni momento: ce li ho i documenti? e se li ho dimenticati che mi succede? o se non li ho, sono un criminale solo per questo?
Io, se avessi la pelle scura, avrei paura in questo momento.
Ma ce l'ho chiara... però, non riesco proprio a considerarla una fortuna...
La polizia esiste per garantire i diritti e le libertà delle persone, impedendo a chi vuole ledere questi diritti di farlo, è per questo che esiste il concetto di presunzione d'innocenza, se la polizia dovesse per un errore calpestare i diritti di un innocente si troverebbe in un paradosso, cioè di fare quanto dovrebbe invece impedire. E' vero, questo rende il loro lavoro più difficile, ma più giusto. E non è solo questione del colore della pelle, perché quando un principio viene meno, la tendenza purtroppo e che molti altri principi lo seguano a ruota.
Avere la pelle bianca non ci permette di voltare lo sguardo da un'altra parte. Oggi va persa la presunzione d'innocenza per le persone di colore o con un accento strano, domani potrebbe capitare a quelle che parlano troppo, o a quelle che indossano un certo tipo di vestiti, o a chissà chi.
Un principio esiste per garantire se stesso, nella sua totalità. Se ne viene meno una parte, viene meno tutto.
E' un castello troppo fragile questa nostra società, questa democrazia, per permetterci di vedercelo crollare tra le mani.
Anche se ho la pelle bianca, dopo tutto, sento che un po' di paura ce l'ho anche io, perché negli ultimi due anni ho visto l'odio crescere e i principi vacillare, più e più volte, e mi ricordo i racconti sulla guerra e sulla povertà che mi faceva mia nonna, o quelli di una tenera novantenne che incontrai una volta con mia madre, quelli di un vecchio che era scampato ai campi di lavoro in russia, mio nonno no. E ancora, tutti i libri che sono stati scritti nella storia, tanti, troppi.
Qui, adesso non c'è la guerra, e la povertà la teniamo ben nascosta, come una parola scomoda, ma anche l'ultima volta è iniziato tutto così. Un principio che avevamo appena afferrato ha preso a vacillare ed in men che non si dica sono morte milioni di persone attorno a noi.
Che catastrofismo direte voi, beh, io non mi spavento quando vedo un coltello, un coltello è solo uno strumento, mi spavento quando vedo che il mondo di principi e certezze di chi lo impugna è andato in pezzi, perchè allora non c'è più nessun motivo o nessuna ragione per la quale questa persona non dovrebbe usarlo contro di me.
Credo che sia arrivato il momento in cui le persone debbano cominciare a parlare tra loro di questo, di come poter ancora garantire e come dare nuova linfa a questi principi alla base della società, ora che il mondo è di nuovo in rapida evoluzione, perché i sintomi di una malattia cominciano ad essere evidenti. Questi sono i principi della nostra costituzione, che non è quel pezzo di carta diviso in articoli che sta chiuso in qualche bacheca non so dove, quello è solo un riassunto scritto per comodità, la vera costituzione sta scritta nelle nostre teste e se si inizia a dimenticarla non è affatto una cattiva idea ricordarcela l'un l'altro.

giovedì 1 ottobre 2009

Pavor Nocturnus


Sono sempre stato una di quelle persone che, quando si arrabbiano con qualcuno o qualcosa, hanno bisogno di girare sui tacchi, sbattere la porta e andarsene via per qualche minuto. Fuggire col corpo là dove farlo con la mente non è possibile, non più almeno, e illudersi in un appagante lontananza solo per un poco. Non mi ci vuole molto. Di solito mi basta mettere qualche metro tra me e la fonte dei miei problemi, fumarmi una sigaretta o ascoltare una canzone di quelle giuste e poi sono pronto per tornare sui miei passi.
In questi giorni, invece, mi sento come se dovessi camminare fino al Polo prima di voltarmi indietro e muovere il primo passo verso casa.
Da troppo tempo non sbatto qualche porta ed è per questo che il viaggio si allunga. Le porte che sbatto sono invece quelle sbagliate, quelle di cui, in verità, non m’importa nulla. Non posso continuare a comportarmi come chi non vuole rompere niente. Non sono un elefante e questa vita, per dio, non è una cristalleria!
È la vecchia teoria del cambiamento: non può avvenire senza traumi. Tutto il resto è solo un’utopia, una bella favoletta che ci piace raccontarci per dormire tranquilli la sera. Ma arriva il momento in cui, nonostante tutto, continui a girarti e rigirarti sotto quelle stramaledette coperte ed allora non puoi fare altro. Apri gli occhi e ti guardi attorno. Una solo pensiero ha davvero importanza: capire quale, tra le tante, è la cosa che dovrai spaccare.




Ettore Zani – Ottobre 2009