domenica 19 luglio 2009

La vecchia pazza è sul marciapiede accanto alla strada, come al solito. È quasi la una di notte, ma la luce dei lampioni è forte e la posso seguire distintamente con lo sguardo. La vedo dalla mia finestra, quassù al quarto piano di questa casa del cavolo, protetto dalle mura uterine del mio normalissimo appartamento. Urla: “faccia di cazzo! Sei solo una Faccia di caaaazzzoooo!” con quella sua voce rauca e calda come un brodo di pollo. Sembra di sentire il suono di una corda troppo tesa, uno stridore di freni, come quelli del treno sulle rotaie.
Fa scintille con quella sua voce.
Urla alle macchine che si fermano al semaforo di fronte. Quando scatta il verde si calma per qualche minuto, poi riprende. È metodica come un operaio durante il turno. “faccia di cazzo! Faccia di caaaazzzoooo!”.
La guardo perché non vorrei che qualcuno le facesse del male. Se ne sta tutta sola, lì sul bordo della strada, portandosi appresso un carretto di quelli per la spesa pieno di bambole più spettinate di lei. È vestita in malo modo, trasandata come una befana.
La pazza abita nel condominio di fronte al mio. Se mi affaccio dalla cucina vedo il suo balcone popolato di bambole e peluche dallo sguardo stralunato.
Non le ho mai parlato. A volte l’ho incrociata per strada, sta spesso alla stazione durante il giorno, ma quando è successo ho abbassato gli occhi, oppure ho sorriso rintanando il cervello dentro le cuffie del lettore Mp3. Però mi sta simpatica. Qualche tempo fa il suo balcone era stato svuotato, le tapparelle erano abbassate e per la strada, la notte, era calato il silenzio. Ho pensato che fosse morta. Mi è spiaciuto.
Quando è tornata invece ho pensato a un TSO. TSO sta per trattamento sanitario obbligato: la polizia ti prende e ti obbliga a farti qualche giorno in casa di cura. Di solito ti imbottiscono di farmaci e poi ti rimandano fuori. Non è che ci sia molto altro da fare se si è soli. Non ho mai visto nessuno con lei, nessuno va mai a trovarla o si prende cura che non si faccia del male. Non so nemmeno se abbia dei figli.
Adesso il suo balcone è di nuovo pieno e, in qualche modo, di nuovo vivo. Chissà che si dicono quelle bambole nel buio? Forse loro vogliono bene alla pazza.
Questa notte è particolarmente agitata. Sembra che ci goda a urlare alle macchine. Io intanto continuo a guardarla. C’è quello stridore nella sua voce che mi attira. Provo a immaginare che farei se qualcuno la minacciasse, se si trovasse in pericolo. Potrei urlare. Potrei correre in strada e portarla via, so dove abita ma non son sicuro che mi seguirebbe. Sarei solo un’altra faccia di caaaazzzooo.
No, in verità so benissimo quello che dovrei fare. lo so bene perché c’è una voce dentro di me che me lo dice, quasi mi chiama per nome. Dovrei uscire di casa così come sono ora, in ciabatte e pantaloncini, scendere tranquillamente le scale, uscire dalla porta e camminare verso di lei guardando la strada. Dovrei arrivarle di fianco senza nemmeno salutarla e poi mettermi a urlare. Non so cosa dovrei urlare, immagino che ognuno abbia le proprie bestemmie da scoprire. Potrei cominciare dicendo le sue stesse cose, urlare anche io faccia di cazzo agli automobilisti per qualche minuto. Dopo un po’ è probabile che mi verrebbe in mente quello che devo urlare io. Ognuno ha i suoi fantasmi, basta solo farli venire a galla. Potrei urlare: “puttana! Puttaaaanaaaaa!” oppure, “che cazzo vuoi? Vatteneee” ma penso proprio che dovrei farlo sul serio per scoprirlo. Non è una cosa che possa venire così, non si può certo impazzire per finta, nemmeno per qualche minuto.
La pazza è sempre per strada. Io faccio il solletico alla mia tentazione di raggiungerla. Sarebbe bello urlare alle macchine. Quei fantasmi che abbiamo dentro la testa grattano perché, in fondo, loro vogliono venire a galla. Sono come la merda, non può sempre andare a fondo, prima o poi riemerge.
Chissà come facciamo noi, la gente normale? Dovrei saperlo io, faccio lo psicologo, ma non è mica così facile come si crede, nessuno sa dove abbiamo il merdaio e come lo teniamo chiuso. Immaginatevi che bella atmosfera là dentro, col caldo. Quintali di merda che suppurano e che continuano a lievitare sotto il peso di altra merda. Non ci resta che preparare degli sfoghi, delle valvole di sicurezza da cui lasciar sfiatare. Scoreggiare l’anima. Io lo faccio sul foglio bianco. O ancora, nella musica dentro la mia testa. Quando sono davvero triste faccio l’amore con “Stairway to heaven”. A parte un paio che a ricordarle mi viene da piangere, eh l’amore fa così, devo dire che resta la scopata migliore della mia vita.
Potessi raggiungerla davvero farei scintille anche io. Caverei gli occhi alla gente col fuoco delle mie parole, metterei in croce l’universo intero, getterei negli abissi l’umanità. Solo che l’umanità non se ne accorgerebbe. Mi passerebbe semplicemente
accanto, diretta dio solo sa dove. Come sempre, come ha sempre fatto.
Su questa grande arca qualcuno cade sempre fuori dal bordo, penso.
Nel frattempo la pazza se n’è andata e i semafori sono diventati gialli intermittenti. potrebbero anche rimanere gialli intermittenti in eterno.



Ettore Zani – Luglio 2009

giovedì 16 luglio 2009

Baciami, o mandami a cagare





“Non credevo di dover corteggiare anche la vita. Ero più dell'idea: baciami, o mandami a cagare!
Il fatto è che una simile stronzata me la sarei dovuta tatuare tempo fa, ma avevo la testa tra le nuvole e forse ho fatto male a non sbagliare quando ancora ero in tempo, quando c’era tutto lo spazio per raccattare qualche schiaffo in più.
Quindi bella, perché lo sai che sto parlando a te, non sono mica uno di quelli che fa discorsi ai muri, il più delle volte almeno. Bella, ti dicevo, baciami o mandami a cagare perché non ho tempo di corteggiare te più di quanto abbia fatto con la vita. Ormai lo avrai capito che sono uno di quelli che bruciano più del fuoco, ma solo quando il resto del mondo è già una brace, lo avrai capito che sono uno che ama fino in fondo, ma solo quando non c’è rimasto molto di cui godere. Sono uno che arriva in ritardo fin dalla nascita, uno stronzo buono. Ce ne sono pochi in giro, o accetti o molli il colpo.”

Alzo il bicchiere e brindo al vuoto. Tanto non mi ha sentito nessuno con questo fracasso. Sono in una specie di villa che fa da discoteca un po’ all’aperto e un po’ al chiuso. Un posto da fighetti per intenderci. Ma che ci faccio qui? Lei è ancora lì che balla, saranno otto o nove metri da me. Il suo vestito viola urla vendetta, i capelli le cadono sul collo attaccandosi alla pelle. Lei è una di quelle troppo belle, il classico caso in cui passi un mese a dirti che non è una buona idea e poi ci caschi comunque. È in mezzo al gruppo a ballare sulle note dei Ramones e intanto io sorrido perché so che sto facendo una cazzata. I wanna be sedated, ma ormai non c’è più tempo e svuoto il bicchiere con un ultimo sorso.
Prendi l’onda mi dico, prendi l’onda. Comincio a dondolarmi a ritmo, aspetto che le gambe abbiano compreso l’andazzo che mi circonda, devo lasciare il tempo al mio corpo di tornare a questa realtà che pare troppo accelerata. Ci vuole un poco perché i legamenti si scaldino, forse è solo l’alcool che entra in circolo. Quando muovo il primo passo non mi pare di essere in me, sono solo il tocco di tante braccia, e gambe, in questa mischia, sono lo sfiorarsi di pelle contro pelle tra perfetti sconosciuti. Vivo nella mia pelle per un po’, tra un passo e l’altro fino a quando non le sono di fronte e capisco che è ora di trasferirsi. Mentre ballo come uno scemo mi stampo una faccia idiota addosso e mi concentro. Ora vivo sulle mie labbra, sono interamente lì. Sento addirittura fresco.
Quando la bacio mi godo il momento dalla prima fila. Ne valeva la pena perché sento il suo sapore adagiarsi attorno a me. Io sono le mie labbra e le mie labbra sono il mio corpo, ed è come se avessi tutta lei sulla mia schiena, se il suo sudore mi colasse giù per il petto, se il suo fiato mi scompigliasse i capelli. È stato facile, senza parole e senza perché. Probabilmente non se l’aspettava ed è per questo che si è lasciata condurre in questo gioco senza ritrarsi. Quando ci guardiamo lascio andare il momento, il resto deve venire dopo, se verrà. Dico addio alle labbra e scappo verso i piedi. Abbasso gli occhi e mi sposto velocemente verso la fine della sala. Ecco c’è una porta, la imbocco e mi ritrovo su una terrazza all’aperto. Qui c’è un po’ d’aria. Là dentro mi sembrava di soffocare, ma non credo che fosse il caldo. Ora ho fatto la cazzata. Scendo da delle scale che non so perché sono lì, forse era scritto. C’è un giardino, piccolo e poco illuminato. Mi nascondo addirittura a me stesso.
Adesso non mi resta che aspettare. Vorrei non aver lasciato dentro il bicchiere. Tanto era vuoto. Accendo una sigaretta e conto i secondi. Arrivato a cento mi dico: guarda che non viene, ma che ti credevi. Ma poi rido. Non so se me ne importa davvero. Rido cazzo, rido come uno scemo e poi mi volto. Lei mi guarda dalla terrazza. Mi sa che crede che sia pazzo. E io rido, non riesco proprio a fermarmi. Rido, cazzo se rido. Sono piegato in due ormai. I suoi occhi sono sbarrati, sembra piangere. C’è una luce strana che riempie la sua figura, proviene dalla sala che le sta alle spalle. Mi fermo, il pensiero di averle fatto del male mi blocca e torno serio, mi faccio più sotto per non averla in controluce ma quando finalmente mi avvicino mi accorgo che sta ridendo pure lei. Ma va a cagare mi dico. Divento rosso ma tanto è buio. È piegata in due, non riesce a trattenersi la stronza. Salgo le scale a quattro a quattro. La prendo tra le braccia. “Scusa ma credo di non esser mai uscito dall’adolescenza”, le dico, “continuano a bocciarmi”. Mi guarda davvero strano. “Senti”, questa me la sono preparata da un po’ lo ammetto, mi prude pure il naso mentre gliela dico, “ti prego baciami, o mandami a cagare”.

Io non le so corteggiare le ragazze, è come con la vita, è che credevo che le cose andassero diversamente, che ci fosse il bianco e il nero e che tutti i grigi venissero dopo, non prima. Credevo che la vita potesse davvero essere come una canzone, che la potessi racchiudere in cinque minuti di follia, che potessi saltarle addosso e farla mia.

Sono arrivato a cento, mi volto e sul terrazzo non c’è nessuno. La sigaretta è finita. Mi domando se l’ho baciata o se no… mi domando se lei è davvero in quella sala o solo in una qualche stanzetta chiusa della mia mente, esiste davvero? Sono davvero qui? Confondo la realtà con la fantasia, passo dall’una all’altra come da una finestra piccola e vecchia, come nella mia vecchia casa di campagna, quando da bambino giocavo al mondo fantastico. No, non l’ho baciata. Sono uscito subito dopo aver bevuto il cocktail, le ho lanciato appena uno sguardo di sfuggita.
Mi costringo a rimanere nella realtà.
Forse per lei ne vale la pena.
Forse no.
Ma che importa.
È ora.
Rido.
Mentre salgo di nuovo le scale e vado verso di lei penso che sto per fare una cazzata.




Ettore Zani – Luglio 2009

giovedì 9 luglio 2009

Wash Machine


Sono troppo pulito,
troppo arido
nel mio esoscheletro di frac,
cucito su misura
per non lasciar passare
un filo d'aria
né di rassegnazione.

Vorrei sporcarmi un po',
andare al fiume
e fare dighe con il fango,
o pitturarmi il muso
come un indiano
cherokee.

Sporcarmi un po'
sporcarmi un po'

sporcarmi un po' l'anima.

E fare poi
i giochi degli adulti.
Quelli più pericolosi,
ma farli per davvero
e non con l'aria
d'aver fatto chissà ché
se tutto era per finta.



Solo dopo aver sporcato,
anche l'angolo più piccolo
e imbrattato pure i sogni,
solo allora, poi, pulirmi.

Pulirmi un po'
pulirmi un po'

pulirmi un po' l'anima.





Ettore Zani - Giugno 2009





martedì 12 maggio 2009

Piombo, sangue e fuoco


Ho visto una particolare simmetria nei tuoi occhi, lo stesso odio che io provo per te! Un odio senza nome, un po' ebete.

Sono un grosso pezzo di cacca io, lo sai? Sedici anni col fucile in spalla e tanti volti, come il tuo, che mi hanno guardato senza pietà. A volte con stupore. In Somalia, in Yugoslavia, Medio Oriente ed ora qui, Rwanda, di nuovo, dopo quattro anni...
Il mio volto, nero come il tuo, come la pece ed il fango, ma pulito, il mio volto. Pulito perché sono il dannato figlio di una società più pulita, o almeno cosi dicono. Ma sono tutte storie da musi bianchi.

Papà è dottore. Mamma casalinga. Sapessi com'è buono il suo profumo quando sono a casa e mi sveglia il mattino. Mi coccola, perché sono il suo piccolo, sono Martin che è partito militare e sta coi caschi blu, sono Martin che salva il mondo ogni giorno rischiando la vita. E porca puttana è vero che rischio la vita.

Ma a mamma non lo dico che non è tutto oro quello che luccica, che in fondo non mi dispiacerebbe tanto se fossi tu quello che spara per primo, con quel ferro vecchio che porti in spalla, ma che è? Un Kalashnikov, russo eh, come c'è arrivato qui? L'avrà portato un nostro fratello da New York. La sai la storia di Caino e Abele? Te l'hanno insegnata al campo? Padre Mario è un buon diavolo, italiano, pizza e mandolino o che cazzo, ma un buon diavolo.

Ma mi sa che a te di Caino e Abele non importa un fico secco. Te ne stai li, con quei due fanali bianchi sotto una fronte ampia e scarna, una T-shirt color fango con la scritta Nike che quasi mi fa ridere e pantaloncini da ragazzino californiano. Mi viene voglia di bestemmiare, cazzo, bestemmiare ad alta voce, urlare. Ma che ci facciamo qua io e te?! Che ci facciamo?

Mi vuoi dire perché sei scappato quando abbiamo fermato il camion sul quale viaggiavi, beh per il fucile, e me lo dici che ci fai con quel fucile? Che bisogno hai di ammazzare quanti più tutsis ti trovi tra i piedi? Ma lo sai perché vi odiate, lo sai? La sai la storia dei coloni belgi che vi hanno detto tu sei Hutus, e tu sei Tutsis? Tu hai dieci vacche e allora sei ricco tu invece sei un pezzo di cacca. Ma porco di un mondo ti vedi? Siete tutti poveri adesso ma andate in giro a giustiziare a sangue freddo per i quartieri di Kigali tutti i genocideurs e neppure possiamo fare nulla per fermarvi. Il terrore è finito hanno detto i giornali, ma è cominciato più di prima, è sottile e ti entra nelle carni, si nasconde questo nuovo terrore. Nessuno più ne parla.

Guardo quei due occhi, che sono cosi grandi e tanto belli. I miei occhi li vedi, non sono più così, sarà stata la tv o i cartoni animati, nel mio sguardo non c'è più quella vita che vedo nei tuoi, solo l'odio che provo per te perché mi punti un fucile contro e porca miseria l'odio che provo per te perché ti dovrò ammazzare! Lo sai che ci scommetterei cento dollari che quella carretta s'incepperà e io ti sparerò con un fucile a ripetizione nuovo nuovo? Lo sai che appena fai solo finta di premere il grilletto il sergente Granger ti fredda da dietro quell'albero dove sta?

Da dove arriva quest'abitudine al massacro, da quale girone dell'inferno sono spuntati i vostri machetes dalle lame rosse del sangue di dieci anni di pulizia etnica? E quanta rabbia c'è ancora nel corpo di gente che dovrebbe essere sfinita dal dolore d'ogni giorno.
Anche io ho la mia rabbia, ma è rabbia di parole non dette, di una ragazza dai capelli rossi il cui padre non mi voleva perché ero nero, rabbia consumata da cuba libre e cocaina, da prostitute bianche, prostitute nere, prostitute asiatiche...
E anche io non sono molto di più, tu lo vedi con quei tuoi occhioni; una prostituta grande e grossa al soldo di un magnaccia che fa più paura del diavolo. Il sistema lo hanno chiamato una trentina d'anni fa, non so se come nome vada bene, ma rende l'idea, uno stato di cose di cui non sono più il controllore, nessuno sa più chi è il controllore. E ti odio, per dio ti odio perché mi dici tutte queste cose con quel tuo fottuto fucile appresso e quel tuo odore da animale braccato, e lo fai senza neppure bisogno di aprire bocca.

Ed io, ma che cazzo ti devo dire per farti capire che forse una scelta tu la puoi fare, alla faccia mia e di tutti quanti? Non ho parlato perché se lo faccio mi spari. E già sento la puzza di piombo e sangue e fuoco che ci sarà qui tra un paio di minuti.

L'ospedale da campo è pieno di bambini, tra loro c'è il tuo fratellino? Si sono sicuro che hai un fratellino. Magari non è in questo campo ma in un altro; durante l'esodo vi siete persi tutti, madri e figli, fratelli e sorelle, mogli e mariti, un intero popolo spezzettato tra i rimasugli di una patria che non capite neppure.
E tutte quelle armi che avevate tra le mani, ma vi siete mai domandati chi ve le dava e perché?

Basta facciamola finita, tu sei la preda e io il predatore, non c'è altro modo, ma non sarò io a sparare per primo, non questa volta.

Giochiamo a mosca cieca? Io chiudo gli occhi vedi? Non ti guardo, Granger comincia ad urlare ma non me ne frega.
Se vuoi sparare fallo tu, ma non ti conviene, io non guardo, e se lasci il fucile sono sicuro che avrai abbastanza vantaggio da scappare in qualche cunicolo, o che al villaggio ti copriranno.
Sono sicuro che l'hai un fratellino da qualche parte, vallo a cercare ti prego. Vai. Io chiudo gli occhi, non vedo, prendi la tua strada. Io ho gli occhi chiusi. Scappa.

Ti urlo: "Vattene!"

Sento lo sparo da dietro l'albero e nell'aria c'è odore di piombo, di sangue e di fuoco...



Zani Ettore - Gennaio 2003

domenica 10 maggio 2009

Il giorno del giudizio


Ecco io adesso non vorrei che questo disagio, risvegliato in me dal suo apparirmi davanti repentino e inaspettato, possa venir notato dal signor K che mi è sempre stato così caro, un secondo padre per me, dopo che il primo s’è eclissato nelle pieghe della colpa e del rimorso. Non vorrei che questa ruga, mia compagna fedele da qualche anno ormai, si ricurvi ancor di più dentro se stessa, strizzando l’occhio, quasi, ai sospetti ed alle ansie del signor K. Lui mi vuole bene, io lo so. Mi adora. Una mattina di qualche tempo fa me lo disse, mi prese da parte sotto il portico della casa mentre un raggio di sole lo importunava furbesco rimbalzando su un occhio, ma il signor K non lo dava a vedere e rimaneva ritto come un soldato impettito di fronte al proprio dovere, fosse anche la morte; ma era la vita, la vita per lui e lo si vedeva nel modo in cui gesticolava febbrilmente, nella piega strana presa dalle labbra, quel sorriso imbarazzato di chi sa cosa vuol dire ma non ha il coraggio e lo si vedeva nell’occhio rimasto all’ombra, luminoso più dell’altro.
- Sei un fiore sbocciato in inverno mia cara - mi disse, - un oggetto raro e prezioso. Tu sai che io sono solo un vecchio che ha perso tutto e che nulla si poteva aspettare più dalla vita, finito il tempo dei sospiri e delle vaghe promesse era già iniziato per me un lungo e lento declinare, un tramonto che nessun colore addolciva ma solo uno spegnersi silenzioso, un raggrinzirsi di ogni stimolo e di ogni felicità. Ero una terra arida e fredda che aspettava solo l’ultimo alito di vento per venir spazzata via.
Eppure non sapevo che un piccolo seme resisteva ancora, che una scintilla di vita cresceva inesorabile, ancora lontana, ancora inconsapevole di me come io di lei, ma cresceva e ogni secondo che passava si avvicinava di un passo. Quale congiura del cielo ci ha fatti incontrare mia cara, quale destino inaspettato, che Dio sia ringraziato, quando ho aperto la porta di questa casa, un giorno, e tu mi sei apparsa davanti orfana della vita che ti era stata tolta, tu come morta indirizzata al cospetto di un cadavere più freddo del tuo. Eri senza una casa e io te l’ho data ma tu mi hai donato molto di più, mi hai donato una figlia, un cuore da ascoltare la notte, da vegliare ed amare teneramente, quel lascito che mi era stato a lungo negato, da lasciare al mondo perché ne gioisca come ne gioisco io.
Ti guardavo rinascere, guardavo ogni tuo sorriso, i primi più timidi, come un alba, fino a quelli più grandi e splendenti. Io ti ho vista tornare al mezzogiorno e brillare nella tua luce sopra le teste della gente ed ora il tuo tepore ridà vita anche a queste stanche membra, guardami, che cigolano, vecchie e stanche, ma cigolano felici. Mi sto sbriciolando nella mia vecchiaia ma so che se le mie gambe malate o le mie braccia deboli e magre potessero parlare, ora riderebbero, riderebbero con gusto e con una tenacia che non hanno mai avuto nemmeno quando erano forti e sane. Forse non sai quale gioia sia per me il vederti allegra e contenta quando sotto questo tetto regali un fiore, una tua perla, al mondo, scherzando e chiacchierando spensierata, così che anche la casa, con saggezza, sembra approfittare dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi ad una festa, riempirsi di ghirlande colorate e nastri e coriandoli e… -
Solo allora lo zittii, con le lacrime agli occhi, poggiando due dita sulle sue labbra, sentendole così sottili da farmi mancare il respiro per paura di spezzarle e vederne uscire l’anima, candida e pura in un ultimo bacio. Presi il signor K per mano e lo condussi fuori sul prato, seguendo con la lentezza necessaria i suoi passi in modo da assaporare la vita fino in fondo, per gustarne la bontà e la sincerità come mai prima le avevo potute conoscere.
Ed è con questo passo che abbiamo camminato insieme fino ad oggi, quando lei è riapparsa ed io mi sento come se sognassi, se nulla più fosse reale, se non fossi mai rinata né mai giunta in questa casa che mi ha accolta e ridato la vita.
Siamo in tre, qui ed ora, e prendiamo un tè discorrendo falsamente ed io la guardo, poi volgo il viso e incontro il signor K e ne l’una, né l’altro, mi sembrano più reali dei demoni e degli angeli che mi venivano raccontati da bambina: pagine di un libro dall’odore stantio con la carta fine e antica, preso da un cassetto logoro col solo scopo di educarmi alle gioie ed ai dolori che avrei patito e poi riposto nuovamente. Fino alla prossima lezione.
Ecco questa è la mia ultima lezione, non ne accetterò altre perché ho imparato abbastanza, nel bene e nel male. Appoggio la tazza e guardo mia sorella negli occhi mentre lei ancora sorseggia facendo finta di nulla, senza che nessun segreto che possa turbarle il sonno torni a galla arrossandole le gote o appannandole lo sguardo, lei no, lei non ne è capace, come nostro padre non ha mai conosciuto il rimorso.
Avevo scordato il mio amore per lei, lo avevo sepolto per non seppellire me stessa, ma certi morti risorgono prima che il signore possa chiamarli a se per il giorno del giudizio, essi si giudicano da soli e nella propria colpa trovano la forza per risorgere, se ne nutrono avidi come quei vampiri, quei mostri di cui si racconta per gioco la sera, per spaventarsi un poco al solo scopo di sentirsi più vivi e meno infreddoliti. Succhiano il calore da chi gli sta attorno, senza cattiveria né malizia, senza sentir nulla in effetti, né piacere, né dolore.
E come amo il signor K. Anche lui amo, senza mai dimenticarlo da quando mi accolse con sé. Amo per quel suo dolore pacato che mi ha porto in dono, siccome non aveva altro, ed io che sono vampira come mia sorella ho bevuto fino in fondo ed è stato solo un caso, un fortunato incidente, che nel farlo agli abbia alleggerito il cuore e rigenerato lo spazio per qualche grammo di felicità.
Solo me stessa odio, per non essere mai stata altra che me stessa.
Beviamo il tè, tutti assieme, ma la mia tazza è posata sul tavolino e non un sorso ne ho versato. Sorrido e rimango a guardare mentre il veleno produce i suoi effetti.
Ho ucciso un padre per troppo amore, e ora ne ucciderò un secondo, e poi una sorella, e li seppellirò in giardino per farmi compagnia e su una tomba pianterò la rosa rossa del peccato mentre sull’altra il giglio bianco della purezza e rimarrò a guardarle fino a quando non calerà il tramonto e poi ancora, fino a quando non cesserà il mondo e si disferà il creato, rimarrò a guardare quando finalmente arriverà il giorno dell’apocalisse e loro usciranno dalla tomba, per vedere se il giudizio di Dio è davvero come mi hanno detto, per una volta, una sola, la più importante: giusto.



Ettore Zani – Aprile 2009